Viaggio in Perù
24 luglio 2000
Ci siamo così organizzati: una valigia e uno zainetto a testa, e la borsa della fotografia. Alle 6.15 Valentina ci accompagna all’aeroporto dove, secondo le informazioni Turisanda, dovremmo incontrare il resto del gruppo. Al check in l’incaricato del Tour Operator ci consegna i biglietti e ci informa che i nostri compagni di viaggio (dieci persone) li incontreremo a Madrid perché arriveranno con il volo proveniente da Milano. Il nostro aereo decolla alle 8.30 e atterra alle 10.30; girovaghiamo per l’aeroporto spagnolo alla ricerca degli altri turisti italiani. Quando incontriamo un gruppo di connazionali, cerchiamo di capire se sono il nostro gruppo di “desaparecidos” ma non sono loro. Chissà dove sono finiti… li incontreremo sicuramente a Lima. Il volo Madrid-Lima dura 11.30 ore; Pina ha dato il meglio di sé, sfoggiando una tranquillità e sicurezza inaspettata: ha pilotato per tutto il tempo. Il decollo e l’atterraggio sono stati i momenti più impegnativi; durante tutto il volo è sempre stata vigile e attenta ad ogni rumore, cigolio e movimento dell’aereo. Dopo una lunga traversata (sempre di giorno) sull’Atlantico, improvvisamente sotto di noi appare una sterminata distesa verde attraversata da una lunga striscia sinuosa: la foresta amazzonica e il Rio delle Amazzoni. Dopo circa due ore di questo mare verde incontriamo le Ande, sono vicinissime. Voliamo a diecimila metri ma queste montagne superano i seimila. Improvvisamente le Ande terminano e sotto di noi compaiono le acque dell’Oceano Pacifico. Nelle ultime 24 ore avevamo ripercorso il famoso racconto Dagli Appennini alle Ande. Ieri, alla stessa ora, eravamo a Villa San Sebastiano (Aq).
Arriviamo a Lima alle 17.30 ora locale, accolti dalla garua (una sorta di pioggerella nebbiosa). Usciti dall’aeroporto troviamo un ragazzo con un cartello con i nostri nomi che ci aspetta oltre le transenne. Ci accompagna alla macchina (una lunga berlina nera con i vetri a specchio molto da mafiosi) dove una signora del corrispondente Limatour ha il compito di accompagnarci all’hotel Sheraton. Durante il tragitto ci spiega le modalità del nostro soggiorno in città e ci annuncia che i nostri compagni di viaggio li incontreremo l’indomani alla partenza del tour di Lima. Siamo stanchi, ma per resistere al fuso orario, depositiamo i bagagli in camera e usciamo per una passeggiata nel centro di Lima. Per motivi di sicurezza lasciamo anche l’attrezzatura fotografica e portiamo con noi solo pochi dollari; il giorno dopo la guida ci dirà che abbiamo rischiato perché è molto pericoloso avventurarsi da soli nelle buie strade della capitale.
Solamente la mattina dopo ci rendiamo conto di quanto è brutto il nostro hotel. La camera è confortevole ma l’esterno sembra un carcere: 14 piani di grigio cemento affacciati su un grande piano terra circondato da 14 ballatoi. Tremendo. La nostra guida Ruben ci spiega che lo Sheraton è stato edificato su un vecchio penitenziario.
E si vede!!!
Lima è la capitale e la città più popolosa del Perù, 8 milioni di abitanti quasi un terzo della popolazione nazionale. La città è racchiusa dalle valli dei fiumi Chillón, Rimac, Surco e Lurin e si estende su una superficie complessiva di 2664 km². La città fu fondata da Francisco Pizarro il 18 gennaio 1535 con il nome di Ciudad de los Reyes (Città dei Re). Una leggenda racconta che il luogo di fondazione della città sia stato deciso il 6 gennaio, il giorno della festa dei Re Magi, da cui l’antico nome della città di Los Reyes (Re Magi in spagnolo). L’attuale nome Lima deriva dalla lingua aymara e significa Fiume Giallo. Nel 1988 il suo centro storico è entrato nella lista dei Patrimoni l’Umanità dell’UNESCO. Di particolare pregio sono i suoi “balconi” in legno.
25 luglio 2000
Dopo un’abbondante colazione, attendiamo nella hall che finalmente si formi il gruppo. Arriva Ruben che ci comunica che i desaparecidos non sono arrivati: pertanto faremo il giro in macchina con l’autista (che goduria).
Visitiamo l’antico monastero di S. Domenico, edificato a partire dal 1500 e prima chiesa dominicana del paese, edificata sul terreno donato da Pizarro al frate domenicano Valverde, suo compagno di ventura. Il bel chiostro è sormontato da balconate di legno proveniente da Panama. In quel tempo in Perù non c’erano alberi da usare nelle costruzioni perché la foresta amazzonica, attuale “forziere” del legno del paese, non era ancora stata scoperta. Il nostro tour prosegue con la visita ad una casa privata del 1600, infine il “parco dell’amore” nel quartiere residenziale di Miraflores, nella baia di Lima, che si affaccia sull’Oceano Pacifico. Rientriamo in centro città e ci fermiamo a Plaza Major occupata da un lato dai manifestanti contrari al presidente in carica Fujimori. Due giorni dopo la stessa piazza sarà teatro di violenti scontri (trasmessi anche dal tg Rai) che provocheranno sei morti. Pranziamo al ristorante “La Carreta”; molto buono.
Pomeriggio al museo Rafael Llarco Herrera dove è esposta una preziosa collezione di ceramiche precolombiane. Durante la giornata siamo stati sempre accompagnati dalla “garua”, la nebbia uggiosa, persistente che ogni tanto si trasformava in una pioggerella fastidiosa. Rientrati in albergo, accusiamo gli effetti del fuso orario; Italo si è addormentato alle 19.20, Pina alle 20.00.
26 luglio 2000
Alle 4.00 siamo già svegli e alle 6.00 facciamo colazione!
Oggi è una data importante: è un anno che stiamo insieme. Ancora un po’ rintronati dal cambio di orario, ci troviamo nella hall dell’albergo e alle 10.30 con la berlina con i vetri oscurati raggiungiamo il “puzzolentissimo” aeroporto di Lima. L’olezzo è dovuto alla presenza di una fabbrica per la produzione di colla di pesce; l’odore nauseabondo ci ha quasi stordito. Ci imbarchiamo su un 737 (abbastanza vecchiotto) dell’AVIANDINA che ci porterà ad Arequipa (2350 mt). Il volo è stato tranquillo attraverso un paesaggio lunare: le Ande appaiono altissime e desolate. Alloggiamo all’Hotel Golden Tulip Libertador (bellissimo); qui abbiamo una discussione con l’accompagnatrice: contrariamente agli accordi, non è prevista la guida parlante italiano. Il nostro gruppo doveva essere di 12 persone, noi due più i dieci desaparecidos provenienti da Milano. Questi ultimi hanno rinunciato al viaggio e pertanto per un gruppo di due non è più prevista la guida in italiano. La discussione è piuttosto accesa, perché non vogliamo rinunciare ad un servizio per noi fondamentale (Pina comprende bene lo spagnolo, Italo mette solo le “esse” alla fine di ogni parola), fino a quando interviene un responsabile della Limatour, presente in albergo per controllare che tutto si svolgesse correttamente, che si offre di farci da interprete per tutta la durata del viaggio. Nei giorni successivi scopriremo quanto siamo stati fortunati ad incontrare Jorge. Abbiamo finalmente compreso come è composto il nostro gruppo: 25 spagnoli con la loro guida, 10 mummie (vista l’età media) parlanti inglese con l’accompagnatore, e poi…noi due con Jorge.
Arequipa, capitale della regione omonima, è la seconda città più importante del paese e conta 860.000 abitanti. È conosciuta come la Ciutad Blanca (città bianca) dal colore della pietra con la quale sono stati costruiti tutti gli edifici principali del suo centro storico che, nel 2000, è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dal-l’UNESCO. Fu fondata nel 1540 e sorge ai piedi del grande vulcano El Misti (5800 mt) la cui ultima eruzione risale al 1784.
Il Monastero di Santa Catalina è il più importante e impressionante monumento religioso del Perù. Costruito nel 1579 ospita le suore di clausura dell’ordine di Caterina da Siena. Con una superficie di 20.426 m² ha conservato intatte le caratteristiche dei sec. XVI e XVII. Le sue strette piazze, strade e giardini con nomi di città spagnole
ci ricordano i quartieri antichi di Siviglia o Granada. Nei suoi due musei sono esposti importanti pezzi artistici come reliquie, porcellane, orna-menti religiosi, sculture e tele di differenti scuole.
Il giro di Arequipa è iniziato con una foto dal belvedere, poi al convento di Santa Catalina e alla Cattedrale della Compañia del Gesù. Mentre aspettiamo di entrare nel monastero, un musicista di strada con la sua chitarra canta una canzone su Arequipa. E’ stato un bel momento!!! La serata era libera: noi due siamo andati in un ristorante con la terrazza affacciata su Plaza des Armas. (la carne = lomo non era un granchè).
27 luglio 2000
Sveglia prestissimo: alle 5 in piedi, alle 6.45 colazione (siamo sempre i primi) e alle 8.30 partenza per la Valle del Colca. La valle prende il nome dal fiume Colca che forma un canyon lungo 100 km e profondo fino a 3400 mt (quasi il doppio di quello del fiume Colorado negli USA). Per arrivare ai migliori punti d’osservazione del Cañón del Colca si passa attraverso un’estesa serie di terrazzamenti risalenti ad epoca preincaica, usati per l’agricoltura e solcati da canali d’irrigazione.
Passiamo circa cinque ore in pullman sempre su strada sterrata incontrando terrazze coltivate e grotte con incisioni rupestri. La pista costeggia il rio Colca, corre lungo le pendici di vulcani, attraversa altopiani e valli di uno scenario mozzafiato; arrivati a 4225 mt ci fermiamo per un pipistop. Il piazzale dove si affaccia il piccolo bar è sferzato dal freddo vento delle Ande; assaggiamo il Matè di coca e chachamomo, un infuso di foglie di coca che serve per contrastare problemi derivati all’organismo dal mal d’altitudine: il soroche. Il consumo di mate ha effetti diuretici; è lievemente eccitante, a causa del suo contenuto in caffeina; tende anche a calmare l'appetito e dare senso di sazietà. Recenti studi hanno mostrato che il mate contiene quasi tutte le vitamine necessarie all'organismo umano e ne può soddisfare il fabbisogno giornaliero.
Dopo una pausa per il pranzo al sacco, ci incamminiamo lentamente per visitare una grotta con degli antichi graffiti. A queste altezze anche le piccole camminate vanno affrontate con molta calma, per evitare spiacevoli inconvenienti quali nausea e vomito. Con il pulmino attraversiamo alcuni piccoli villaggi completamente isolati nell’immenso massiccio delle Ande. Donne vestite con variopinti abiti ci salutano e ci permettono di fotografarle. Intanto siamo circondati da bambini “mocciolosi” (nel vero senso della parola) con le gote bruciate dal sole e dal freddo che porgono le manine nella speranza di ricevere quello che già si aspettano dai turisti: dolciumi e caramelle. Anche noi eravamo preparati ed in breve tempo 2 kg di caramelle sono sparite!
In seguito ci siamo resi conto che questa pratica, come già detto ‘molto in voga’, è assolutamente sbagliata ed addirittura nociva. In questi piccole comunità non esistono presidi sanitari, le cure sono prestate dallo sciamano o da donne che usano metodi tramandati da tempi antichi; abituare un bimbo a mangiare caramelle può favorire l’insorgere di carie. A 4000 mt un dentista non è disponibile e anche un gesto di affetto, come quello dei turisti, può rivelarsi molto dannoso. Da oggi abbiamo preso coscienza che è meglio portare quaderni e matite invece che dolci!!
Nel tardo pomeriggio arriviamo al Rumillacta Lodge. Si tratta di una struttura molto spartana, però caratteristica perché tutta in pietra, siamo a 3800 mt e non c’è il riscaldamento…speriamo bene. Siamo stanchi ed impolverati: che c’è di meglio di un bel bagno ristoratore? Detto fatto. Nelle vicinanze ci sono delle terme di acqua sulfurea. Ci immergiamo nell’acqua caldissima mentre il vento gelido soffia impetuoso. Comunque è bellissimo!!! Un po’ meno bello è stato uscire dall’acqua e rivestirsi non essendoci uno spogliatoio riparato. La cena è stata molto buona: tutta base di carne di alpaca e dolce di sancejo (una sorta di fico d’india). Dopo cena abbiamo assistito alla processione di turisti verso la reception per avere le borse di acqua calda. Coraggiosamente ci siamo rifiutati e ancora più coraggiosamente ci siamo coricati sotto otto (!) coperte di lana pesante. Comunque anche qui Italo ha voluto dormire con la finestra aperta (durante la notte bisogna sempre aerare la stanza). Pina ha invano minacciato di farlo dormire di fuori!
28 luglio 2000
Stamani sveglia alle 5.30
Chiaramente le stanze non sono provviste di telefono, perciò quando abbiamo sentito bussare alla porta, ci siamo affacciati e abbiamo intravisto, nel buio rischiarato solo da una torcia elettrica, un ragazzo che indossava guanti, maglione, giaccone e cappello e una coperta sopra le spalle. Come inizio non c’è male!!!
Partiamo presto perchè ci attende un lungo tragitto sempre su strade polverose; entriamo nella Valle del Colca e ci fermiamo alla CRUZ DEL CONDOR, il posto panoramico migliore per avvistare i condor: chissà se li vedremo??? Il nostro amico Jorge ci annuncia: “state tranquilli, alle 9.00 arriveranno”.
E alle 9.00 è apparso il primo condor, un po’ piccolo però, più che un condor sembrava un “condorello” (battuta di Italo). Dopo pochi attimi sono arrivati gli altri; sopra le nostre teste volteggiavano una decina di maestosi esemplari che, sfruttando le correnti ascensionali, si esibivano in eleganti voli. Noi turisti presenti ammiravamo lo spettacolo in silenzio, rotto solo dai click delle macchine fotografiche.
Ripresa la strada, incontriamo delle tombe incassate nelle pareti rocciose; si tratta di tumuli del periodo incarico dove erano conservati i resti dei contadini, situati in tali scomode posizioni perché il terreno serviva per le coltivazioni. Ci fermiamo in un mercatino dove Pina acquista un bel copricapo di feltro usato dalle donne locali, e che oggi fa parte della nostra collezione di cappelli.
Rientrando ad Arequipa ci fermiamo al “Mirador de Los Andes Tramo de la Cordillera Vulcanica en los Andes Centrales” a 4800 mt, il punto più alto del nostro viaggio. Il panorama è splendido: tutt’intorno si stagliano all’orizzonte vulcani alti più di 6000 mt; intanto un freddo ed impetuoso vento ci sferza impietoso. A quest’altezza l’aria è molto rarefatta, la sensazione di respirare a vuoto è inquietante, una turista del nostro gruppo ha avuto bisogno della bombola di ossigeno. Prima di risalire sul pulmino, raccogliamo un sasso e lo depositiamo su uno dei tanti cumuli presenti; abbiamo contribuito così a creare un’altra piramide del viaggiatore.
29 luglio 2000
Questa è stata la prima notte durante la quale abbiamo dormito profondamente. Anche grazie a un po’ di Melatonina, siamo riusciti a “smaltire” il fuso orario. Dalla televisione in camera sintonizzata su Raitre (miracolo) apprendiamo che durante la notte ci sono stati scontri a Lima con sei morti. Telefoniamo in Italia per tranquillizzare tutti; dopo un abbondante desajuno, ci tuffiamo nuovamente per le vie del centro e troviamo l’entrata del piccolo Museo Santuarios Andinos (calle Santa Catalina 210) che era stato oggetto di un’interessantissima puntata di Superquark. Qui è conservata in perfette condizioni, all’interno di una teca di vetro a -20°, la mummia di Juanita, la principessa di ghiaccio.
L’8 settembre 1995 l’antropologo Johan Reinhard si imbattè in Juanita, la mummia di una bella ragazzina sacrificata sul vulcano Ampato. L’Apu (località sacra) Ampato, alto 6380 mt, fu il luogo dove la giovane Juanita riposò per 500 anni, fino a quando l’eruzione del vulcano Sabancaya permise la sua scoperta. Era una ragazza inca di 14 anni, destinata sin dalla più tenera età alla Casa delle Vergini, la Acciahuasi, dove sarebbe cresciuta apprendendo l’arte tessile, della preparazione degli abiti e della chicha (birra di mais) per il re Inca, rendendo omaggio a Inti, il dio Sole. In occasione di grandi festeggiamenti per ringraziare le divinità o in epoche di carestia, gli inca organizzavano cerimonie con sacrifici di animali o, nei casi più gravi o in occasioni speciali, perfino umani. Alcuni di questi sacrifici venivano consumati nella grande piazza della capitale Cuzco, mentre altri avvenivano nei diversi templi o luoghi sacri dell’impero. Dal Coricancha, il tempio del Sole a Cuzco, s’irradiavano 40 linee immaginarie, chiamate ceques, dei veri e propri raggi che si espandevano per tutto l’impero. Lungo ognuna di queste linee virtuali sorgevano le huacas, piccoli templi naturali (sorgenti, monti, rocce) o edificati dall’uomo, e gli Apu, le divinità identificate con i monti più alti, i vulcani e i fiumi. Al termine della grande festa nella piazza di Cuzco, le carovane di pellegrini riprendevano la via di casa seguendo i raggi del tempio del Sole. Recavano con sé ciò che rimaneva delle offerte portate alla capitale e numerosi fanciulli e animali da sacrificare in ciascuno dei luoghi sacri incontrati lungo il cammino; uno di questi era l’Apu Ampato. In precedenza, nella piazza della città Juanita, con altri suoi coetanei, era stata ricevuta dall’imperatore in persona e da questi benedetta. La fanciulla sapeva che il suo era un destino di gloria, perché a lei e ai suoi piccoli compagni era affidato il compito di recare a Inti, il dio Sole, il messaggio accorato del popolo; da lei sarebbe dipeso il futuro raccolto, la protezione dalle epidemie, il benessere di tutto l’impero. Sempre secondo la ricostruzione degli studiosi la bimba, accompagnata da un lungo corteo, s’incamminò orgogliosa verso il proprio destino di luce, conscia della sorte che l’attendeva, ma per nulla timorosa, anzi impaziente di raggiungere la divinità. Salire lungo le impervie pareti dell’Ampato, vestita solo di abiti di tessuto e sandali, non fu certo facile, ma il richiamo della missione in cui credeva era più forte di qualsiasi avversità. Giunse in vetta, sorbì con gioia la mistura di droga preparata per lei e si addormentò un momento prima che un preciso colpo di bastone all’arcata sopraccigliare l’iniziasse al lungo viaggio senza ritorno.
Oggi scienziati dell’Università di Arequipa stanno portando a termine indagini sul suo DNA, per arrivare a conoscere di Juanita lo stato di salute, le malattie contratte durante l’infanzia e molte altre informazioni utili. Il museo si trova proprio di fronte all’entrata del famoso convento di Santa Catalina e non è possibile scattare foto.
Eravamo gli unici due visitatori del museo: dentro la teca la mummia era perfettamente conservata. Attraverso il ghiaccio formato all’interno dell’urna di vetro notavamo i capelli in ottimo stato di conservazione, il vestito di tela ancora ben conservato ed il viso con i caratteri somatici ancora definiti. Nonostante la ricostruzione degli studiosi, che raccontano di una bimba felice e determinata a compiere l’estremo sacrificio, abbiamo provato molta pena per Juanita a per il modo violento con cui è stata posta fine alla sua breve esistenza. Siamo rimasti lì davanti per pochi minuti in silenzio e turbati, ci sembrava di violare il suo sonno sereno che dura ormai da più di cinquecento anni.
Alle 12.00 andiamo in aeroporto e alle 13.30 un vecchio 727 AEROCONTINENTAL ci porta a Juliaca dopo un volo di 25 minuti. Da qui ci trasferiamo a Puno (45 km) all’hotel Libertador Isla Esteves.
Puno (3850 mt) si trova sulla sponda nord occidentale del lago Titicaca, nella parte chiamata “piccolo lago”. Non è molto interessante dal punto di vista turistico ma è una buona base di partenza per l’escursioni sul grande lago Titicaca. Il Titicaca è il lago navigabile più alto del mondo (3812 mt), ha una superficie di 8330 km², formato da due bacini (lago major e lago minor) ha una lunghezza di 176 km, una larghezza di 50 km e una profondità di 283 mt. E’ suddiviso tra Perù e Bolivia e al suo interno ci sono una quarantina di isole e isolotti.
30 luglio 2000
Sveglia alle 5.00 per foto all’alba sul Titicaca: bellissima!!. Grazie alla limpidezza dell’acqua il lago è particolarmente trasparente e la qualità della luce è eccezionale; le montagne paiono molto vicine, distano invece dai 20 ai 30 km dal lago. Con un’imbarcazione raggiungiamo le isole galleggianti degli Uros, nella baia di Puno.
Le isole flottanti sono fatte di canne (totora) costruite sul lago e zavorrate con una base di terra e di pietre; gli abitanti di queste isole, ancora oggi, realizzano con le totora le proprie capanne e le imbarcazioni (balsas) che rinnovano ogni due anni perché marciscono. La loro economia si basa sulla lavorazione della totora, sulla pesca e sempre di più sull’artigianato destinato ai turisti. Ormai gli Uros sono estinti da decenni e gli indios che vivono sulle isole sono della tribù Aymarà; l’isola che visitiamo è una sorta di piattaforma ballerina in cui si affonda fra lo scricchiolio della tortora quando ci si cammina sopra. Le donne robuste con larghe gonne e con la bombetta di feltro in bilico sul capo stendono i loro tessuti per i turisti mentre i bimbi intonano canzoni tradizionali.
Non ci facciamo mancare nulla: dopo aver assaggiato la totora, della quale si mangia la parte più tenera, saliamo su una “balsa”, spinta con un lungo remo a mo’ di gondola da Martin, e facciamo il giro dell’isola. La piccola e stretta “canoa” è piuttosto instabile, per la gioia di Pina, ma l’esperienza è stata indimenticabile.
Prima di risalire sulla barca che ci riporterà a Puno, non manchiamo di acquistare alcuni prodotti dell’artigianato locale, che mentre scriviamo questi appunti fanno bella mostra davanti a noi in sala da pranzo.
Pranziamo al ristorante Playa e poi giro culturale a Sillustani.
A metà strada tra Juliaca e Puno troviamo la necropoli di Sillustani; si tratta di un sito preincaico molto particolare edificato su una penisola tra una laguna e il lago Umajo (di origine vulcanica). La collinetta su cui sorge la necropoli ha le pareti a strapiombo segnate dalle “andenes”, tombe incastrate nella roccia. Il lago è un piccolo gioiello color azzurro pervinca con al centro un’isola abitata solo da vigogne (a rischio estinzione), folaghe giganti e molte altre varietà di uccelli. Queste tombe, uniche nel loro genere, vengono chiamate “chullpas”; sono costruzioni in genere circolari o a tronco di cono dove venivano sepolte intere famiglie con cibi e oggetti, con una piccola apertura orientata a levante. La più famosa è alta 12 metri con pareti esterne fatte di blocchi massicci sovrapposti senza malta perfettamente levigati che ricordano il successivo stile inca.
31 luglio 2000
Arisveglia alle 5.00, partenza da Puno alle 7.25 e arrivo a Cuzco con il trenino delle Ande alle 18.50, 13 ore per percorrere un tragitto di 385 km. E’ un treno surreale, si balla più che sull’aereo, tra bei paesaggi con campesinos, lama, alpaca, pecore, cime, vulcani e piccoli paesi, in tutto 17 fermate. All’ingresso delle piccole stazioni si svolge il mercato, con gli indios che espongono di tutto (tessuti, cappelli, ponchos e generi alimentari) anche sulla strada ferrata. Il lento passaggio del treno dà il tempo ai venditori di raccogliere le merci e sgombrare i binari. Il punto più alto si raggiunge a La Raya, punto di frontiera tra i dipartimenti di Puno e Cuzco a 4313 mt; qui nasce il fiume Vilcanota che scorre nella Valle Sagrata. La ferrovia ferma anche a Tinta, luogo di nascita dell’eroe dell’indipendenza José Gabriel Condor Canqui, più conosciuto come Tupac Amaru II. Altra fermata degna di interesse è Andahuaylillas, pittoresco villaggio di origine coloniale con una modesta chiesa che all’interno presenta straordinarie pitture della famosa scuola cusqueña (i cui artisti operarono una sorta di sincretismo pittorico tra l’arte andina e quella spagnola del ‘600) tanto da essere chiamata la Cappella Sistina d’America. Arriviamo per l’ora di cena a Cuzco e alloggiamo al bellissimo Hotel Libertador. Lasciati i bagagli, andiamo a visitare il centro: finalmente una vera città, con molta gente in giro, tanti negozi e locali affollati. Ceniamo in un ristorante vegetariano, il Kaleidoscopios, in piazza des Armas (abbiamo capito che ce n’è una in ogni paese) e poi finalmente a letto ad un’ora decente: alle 23.00 (e non alle solite 20.00).
Cuzco (3399 s.l.m.) capoluogo della regione omonima, è situata nella parte meridionale del paese ai piedi del monte Huanacauri, sulle rive del fiume Huatanay, affluente dell’Urubamba; conta circa 330.000 abitanti e nel 1983 è stata dichia-rata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. E’ sede universitaria ed arcivescovile. Fu la capitale dell’impero Inca ed è considerata la capitale storica del Perù. Il nome originale della città era Qosqo o Qusqu (in lingua quechua), che significa centro, ombelico, cintura. Questo perché secondo la mitologia inca in esso confluiva il mondo degli inferi (Uku Pacha) con il mondo visibile (Kay Pacha) ed il mondo superiore (Hanan Pacha). Da allora la città è chiamata l’ombelico del mondo (mondo inteso come universo).
Secondo la leggenda, la città fu fondata dall’imperatore Manco Capac, insieme a sua sorella e consorte Mama Oclo nel luogo indicato dal dio sole Inti. Cusco fu la capitale e la sede del governo dell’impero Inca, diventando la città più importante delle Ande. Sotto il regno di Pachacutec (1438) il dominio di Cusco arrivò fino a Quito (nell’attuale Ecuador) al nord e fino al Rio Maule al sud; integrando culturalmente gli abitanti per circa 4500 km di catena montuosa.
Si crede che il disegno originale della città di Cusco sia opera di Pachacutec. La pianta dell’antica Cusco ha la forma di un puma, con la piazza centrale (Haucaypata) nella posizione occupata dal petto dell’animale. La testa dell’animale sarebbe ubicata nella collina dove sorge la fortezza di Sacsahuaman. L’organizzazione amministrativa fu pianificata in modo che i confini delle quattro regioni dell’impero coincidessero con la piazza centrale di Cusco.
Gli archeologi sono risaliti all’urbanistica dell’antica città, con le sue tipiche terrazze a scalinate, utili per facilitare le coltivazioni in alta quota. Una rete di canali, acquedotti e dighe costruiti lungo la catena montuosa forniva l’acqua per irrigare la terra resa fertile grazie al concime di guano trasportato dalla costa.
I conquistadores spagnoli sapevano fin dal loro arrivo, in quello che adesso è il territorio peruviano, che il loro obiettivo era conquistare la città di Cusco. Dopo la cattura di Atahualpa, tredicesimo ed ultimo re Inca, iniziarono il loro cammino verso Cusco fondando, nel tragitto, molte città. I combattimenti per la conquista della capitale furono sanguinosi ma alla fine gli spagnoli vinsero. Il 15 novembre 1533 Francesco Pizarro prese possesso della città. I superstiti dell’impero Inca, con a capo Manco Inca, crearono la dinastia degli Inca di Vilcabamba: questa finì nel 1572 quando l’ultimo re Tupac Amaru fu sconfitto, catturato e decapitato.
Nel 1535 gli spagnoli, avendo necessità di uno sbocco sul mare, fondarono una nuova capitale chiamata Ciutad de los Reyes, l’odierna Lima. Cusco rimase la sede dell’amministrazione del sud del paese; lo sviluppo urbano fu interrotto da vari terremoti che in più di un’occasione distrussero la città. Nel 1780 Cusco fu sconvolta dal movimento rivoluzionario guidato da José Gabriel Condorcanqui,
conosciuto come Tupac Amaru II che si levò contro l’amministrazione spagnola.
Anche questo sollevamento della popolazione fu soffocato nel sangue.
Il Perù dichiarò l’indipendenza nel 1821, fu creata la regione di Cusco che comprendeva tutti i territori amazzonici fino al confine con il Brasile e la città divenne la capitale di tale dipartimento. Nel 1911 da Cusco partì la spedizione di Hiram Bingham che scoprì le rovine incaiche di Macchu Picchu.
1 agosto 2000
Mattinata a disposizione; dopo colazione torniamo in Plaza des Armas. Un tempo si chiamava Huacaypata, grande il doppio di oggi era il simbolo della Cuzco imperiale, vi si svolgevano le cerimonie religiose e militari. Tra le altre la festa dell’Inti Raymi, la festa del solstizio d’inverno di fine giugno, la più importante dell’anno ancora oggi rievocata sul grande spiazzo prospiciente la fortezza di Sacsahuaman. Attualmente sulla piazza affacciano la Cattedrale e la Chiesa della Compañia del Gesù, una delle più belle di tutto il Perù. La grande spianata è cinta da portici dove si trovano numerose botteghe che ospitano cambiavalute, artigianato locale e agenzie turistiche che organizzano trekking. Mentre curiosavamo sotto i portici in un mercatino, Pina è stata scambiata da una turista, visti i suoi caratteri somatici tipicamente svedesi, per una venditrice indios e gli è stato chiesto il prezzo di una tovaglia. Numerosi edifici della città presentano una caratteristica particolare: i primi due metri circa delle costruzioni sono di origine inca, con le pietre scolpite ed incastrate senza malta, e al di sopra l’architettura diviene moderna con l’uso di mattoni. Nel pomeriggio, accompagnati da Jorge, visitiamo il sito di Sacsahuaman (secondo Jorge gli italiani dicono Sexiwoman).
La fortezza si trova su una collina a 3 km a nord dal centro di Cuzco. La parte oggi visibile è oggi il 20% di quello che era perché e stata smantellata dagli spagnoli che hanno spaccato gli enormi blocchi megalitici, sembra ricoperti da lamine d’oro, per edificare le case di Cuzco. È un opera ciclopica (1438-1500) edificata durante il regno di Pachacutec e del suo successore Tupac Yupanqui, per difendere la città dagli attacchi dei nemici. I lavori durarono circa 70 anni e furono utilizzati 70.000 lavoratori.
La fortezza propriamente detta sorge su una collina terrazzata prospiciente un’enorme piazza protetta da tre ordini di mura sovrapposte a zig zag lunghe circa 360 metri, intervallate da terrapieni di circa 10 mt. La versione mitica fa corrispondere le mura ai denti del puma su cui era modellata Cuzco, del quale la fortezza era la testa. All’interno di essa, che si pensa potesse ospitare fino a 5000 soldati, sorgevano tre torri del diametro di 22 metri e alte 4 piani, oggi completamente distrutte. La cosa più impressionante è la dimensione dei monoliti: molti di essi pesano da 90 a 120 tonnellate e sono alti fino a 9 metri e larghi 5; le porte trapezoidali mettevano in comunicazione con l’esterno, la più alta della quali è alta 5 metri. Restano gli interrogativi su come sia stato possibile, senza l’uso della ruota, dei paranchi e delle pulegge, trasportare i massi di granito dalla cava distante
3 km e sovrapporli, levigandoli a mano e incastonandoli con incredibile precisione (tra l’una e l’altra non passa la lama di un coltello) senza l’uso di malta o cemento. Dalla collina si domina tutta la città di Cuzco.
2 agosto 2000
Intera giornata a disposizione. Pina pensa bene di farsi venire la febbre e resta in camera. Italo ne approfitta per andare a visitare la chiesa di San Blas (San Biagio), al cui interno c’è un bell’altare intagliato e un pulpito barocco. La zona circostante è un po’ bohemienne, con atelier di pittori ed artisti.
3 agosto 2000
Partiamo di buon mattino per la Valle Sagrada. Poco fuori Cuzco incontriamo le rovine di Qenqo, complesso costituito da un monolito a forma di altare alto 6 metri, su cui si svolgevano sacrifici di animali; circondato da 19 sedili ricavati in un muro di pietra e fronteggiante una roccia, su cui sono scavate innumerevoli cavità, gradini e canaletti.
Ripreso il percorso, dopo poco la strada “precipita” su Pisac, grazioso villaggio sulle rive del fiume Vilcanota-Urubamba, a 32 km da Cuszo e a 2970 metri d’altitudine. Visitiamo il caratteristico mercato che si svolge lungo le vie che circondano la piazza; attira centinaia di venditori che arrivano dai luoghi vicini e migliaia di turisti. Gli ambulanti stendono a terra un telo e sopra offrono patate di ogni genere (ne esistono circa 200 varietà), pannocchie di granturco di tutte le fogge e colori. Ci fermiamo ad osservare una lunga fila di gente: da un grande forno affacciato sulla piazza arriva un buon profumo di pane e anche noi non resistiamo e ne acquistiamo un pezzo. Caratteristica è l’insegna: un bastone di legno con un cestino penzolante. Continuiamo il nostro tragitto e giungiamo al villaggio di Ollantaytambo, dominato dai resti dell’omonima fortezza. Qui la strada finisce e con essa anche la Valle Sagrada, infatti in origine la fortezza doveva servire per proteggere la valle da eventuali aggressioni provenienti dalla selva amazzonica, ma alla fine servì per difendersi dall’aggressione spagnola proveniente dalla parte opposta. Si presenta come una serie di terrazzamenti sovrapposti utilizzati per la coltivazione del granturco e di ampie scalinate. Prima dell’ultima terrazza si trovano sei enormi monoliti in porfido rosa che costituiscono le pareti del Tempio del Sole; anche in questo caso, come a Sacsahuaman, resta il mistero di come sia stato possibile il trasporto e il sollevamento dei blocchi, pesanti fino a 50 tonnellate, provenienti da una cava a circa sei km di distanza e dall’altra parte del fiume. Il nostro amico Jorge ci regala un interessante fuori programma: andiamo a visitare la casa di un suo amico che vive nelle vicinanze. Percorriamo una serie di stradine di pietra, con ai lati dei canali per raccogliere la preziosa acqua piovana, e poi entriamo in una “casa” di pietra e fango con il tetto di paglia; ci sembra di tornare indietro di un centinaio d’anni. L’interno è buio, rischiarato solo da un debole fuoco posto in un angolo della casa (un camino senza camino), sul pavimento ricoperto di frasche passeggiano tranquillamente alcuni porcellini d’india. Questi graziosi animaletti, che passano anche sopra ai nostri piedi, mangiano avidamente le frasche, e a loro volta costituiscono il cibo per gli occupanti della casa. Il cuyo (porcellino d’india arrosto) è un piatto tipico peruviano. La famiglia ci ha gentilmente offerto di pranzare con loro mangiando cuyo, ma abbiamo declinato l’offerta: non ce la siamo proprio sentita!!!
Concludiamo l’intensa giornata arrivando all’hotel Posada del Inca, ceniamo al ristorante interno insieme a Jorge e assaggiamo per la prima volta il Pisco Sour (il tipico cocktail peruviano). Italo si addormenta alle 21.00, Pina invece non riesce a dormire, forse pensa al cuyo…
4 agosto 2000
Sveglia alla 6.30, con il pullman raggiungiamo la stazione di Ollantaytambo e da qui prendiamo il treno che in un’ora e mezza arriva alla stazione di Puente Ruinas. La ferrovia costeggia il fiume Urubamba attraversando scenari di una bellezza incredibile. Dalla stazione prendiamo un pulmino che dopo 30 minuti di strada a zig-zag ci porta all’entrata di Machu Picchu. La prima impressione non è stata positiva; il gran numero di turisti non ci ha permesso di apprezzare a pieno le bellezze della città perduta. Jorge ci ha guidato per circa due ore illustrandoci la storia del sito e le sue caratteristiche architettoniche, tra le quali le 16 fontane presenti alimentate dall’acqua piovana convogliata dai canali realizzati a mano dagli inca. Anche il cielo grigio non ha contribuito a farci emozionare!! Abbiamo esternato la nostra “delusione” per questo che era una delle mete più desiderate del nostro viaggio al nostro amico Jorge che ci ha fatto una proposta per l’indomani: l’alba sulle rovine. Visto che domani avremo il giorno libero, contrariamente a tutto il gruppo che preferisce riposare, Jorge ci procura i biglietti d’entrata in modo che alle 6.00 di domani saremo dentro al sito prima del sorgere del sole.
Pranziamo al Sanctuary Lodge Machu Picchu, all’entrata del sito archeologico, poi scendiamo con il pulmino fino all’albergo. Prima di partire, alcuni bambini si avvicinano ai finestrini e ci chiedono dei soldi: Jorge ci spiega che, in cambio di pochi spiccioli, si butteranno a capofitto lungo un sentiero che taglia perpendicolarmente la strada a zig-zag e scommettono che arriveranno prima loro. Scendendo con il pulmino, ad ogni tornante incrociamo questi ragazzini che festanti ci salutano e ci danno appuntamento alla prossima curva. Alla fine arriveranno prima di noi. Alloggiamo nel bellissimo albergo Machu Picchu Pueblo, immerso in una lussureggiante foresta tropicale; prima di cena ci concediamo un giro nel villaggio. Degna di nota è la visita alla stazione mentre parte il treno per Cuzco. Un mercato si svolge proprio sopra le rotaie, il lento passaggio del convoglio dà il tempo ai locali di spostare le merci esposte. A nanna molto presto perché domani ci si alzerà prima dell’alba.
Il Machu Picchu è un sito archeologico inca situato nella valle del fiume Urubamba, a 2430 m.; la città più vicina è Cuzco, attuale capoluogo della regione. Il nome deriva da due parole quechua, machu (vecchia) e picchu (montagna). Fa parte dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO ed è uno dei luoghi più visitati del paese. L’organizzazione internazionale ha espresso preoccupazione che il gran numero di turisti possa arrecare danni al complesso archeologico; le autorità peruviane, che ovviamente ricavano notevoli vantaggi economici dal turismo, sostengono che non ci sono problemi e che l’estremo isolamento della valle dell’Urubamba è, da solo, a limitare il flusso turistico. La località è oggi universalmente conosciuta sia per le imponenti ed originali rovine, sia per l’impressionante vista che si ha sulla sottostante vallata circa 400 mt più in basso dove il fiume scorre impetuoso. Nel 2007 il sito è stato eletto come una delle sette meraviglie del mondo moderno.
La storia di Machu Picchu è in larga misura la storia della sua scoperta, più che la vera storia del luogo, perché si sa ancora molto poco su questa città, le sue origini, la sua fine. La città perduta degli Incas fu scoperta dall’esploratore e archeologo americano Hiram Bingham il 24 luglio 1911. Dopo aver letto le cronache del XVI e XVII secolo che parlavano di città inca sconosciute ai conquistadores spagnoli, dopo aver studiato le leggende locali, le vicende storiche e le caratteristiche fisiche della zona, Bingham riuscì faticosamente a giungere a Machu Picchu. Quando arrivò sul posto tutto era ricoperto dalla giungla fittissima che impediva ogni rilevamento; occorsero più di 5 anni di lavori per dare al luogo l’aspetto che ha oggi. Non furono trovati oggetti preziosi (alcuni sostengono che Bingham li abbia prelevati prima di annunciare la scoperta) , bensì una preziosissima testimonianza della cultura inca. Forse era un centro per i commerci, oppure uno degli anelli della lunga catena di fortificazioni; per alcuni studiosi un luogo di raccolta delle foglie di coca per gli imperatori o un santuario delle vergini del Sole. A tutt’oggi l’unica spiegazione plausibile per cui gli spagnoli, ai tempi della conquista e anche dopo non la trovarono e non ne parlarono, sembra essere quella che all’epoca Machu Picchu era stata già abbandonata (forse per mancanza d’acqua) e quindi nascosta dalla vegetazione in una zona difficilmente accessibile. Oggi solo il 40% delle rovine sono autentiche, il resto è stato completamente ricostruito.
Numerosi sono gli occidentali che vengono qui per compiere riti esoterici, caricarsi di energia e meditare. Alcuni di loro accendono torce e candele annerendo i muri. Nei giorni di pioggia il sito assume un’aria spettrale per l’incombere delle nubi che avvolgono ogni cosa.
5 agosto 2000
Sveglia alle 5.00, desajuno alle 5.45 (siamo gli unici nella sala ristorante), alle 6.00 prendiamo il primo pulmino in partenza che alle 6.30 ci lascia davanti all’entrata del sito. E’ ancora buio, fortunatamente Jorge ci aveva procurato già i biglietti, per cui siamo i primi a varcare la soglia di Machu Picchu. Assistiamo all’affascinante alba sulle rovine della città perduta degli inca, il cielo è di un azzurro incredibile, intorno a noi solo pochi altri “coraggiosi” che hanno avuto la forza di svegliarsi così presto.
Per circa un’ora vaghiamo per la città incredibilmente deserta, contrariamente a ieri che ci sembrava di essere in una via dello shopping. Verso le 9.00, quando le vie iniziano ad essere frequentate da altri visitatori, arriva Jorge e insieme saliamo lungo un ripido e sdrucciolevole sentiero (con alcuni tratti a gradini) che, dopo circa un’ora e 300 metri di dislivello, arriva sulla cima del Wayna Picchu (2700 mt), la montagna di fronte al Macchu Picchu. Da qui possiamo godere di una spettacolare vista dall’alto sulle rovine dell’antica città. Ci appare evidente che la pianta di questa raffigura il corpo di un condor, animale sacro agli inca. Dopo le immancabili foto, iniziamo la discesa; la fredda temperatura mattutina ha ormai lasciato il posto ad un caldo umido e opprimente: sudiamo copiosamente!!! A pranzo mangiamo i panini “gentilmente” offerti dal ristorante e alle 16.00 arriviamo alla stazione ferroviaria di Puente Ruinas e saliamo sul treno per Cuzco; Per percorrere il tragitto di 110 Km impiegheremo 4 ore circa. Attraversiamo la valle dell’Urubamba, dove il fiume precipita spumeggiando verso la foresta amazzonica, racchiuso in una stretta gola verdeggiante. Le pareti rocciose sono letteralmente aggredite dall’esuberante vegetazione; il treno risale lentamente incontrando piccoli villaggi. L’ultimo tratto lo percorriamo a zig-zag: il convoglio scende in questo modo lungo la ripida montagna e alla fine avvistiamo la città di Cuzco. Alloggiamo ancora all’Hotel Libertador; dopo cena andiamo a Plaza des Armas per un ultimo saluto alla città.
6 agosto 2000
Sveglia alle 5.30 e partenza alle 7.00 con l’aereo per Lima. Arriviamo dopo circa un’ora e portiamo i bagagli allo Sheraton; qui salutiamo il nostro amico Jorge. La sua presenza ci è stata molto preziosa. Durante questi giorni gli abbiamo offerto numerose volte il caffè preparato con la nostra preziosa Bialetti; decidiamo di regalargliela così quando vorrà bersi un buon caffè, e non la brodaglia locale, si ricorderà di noi. (Il problema è che da adesso in poi non potremo più prepararci il caffè). Dall’albergo raggiungiamo la stazione dei pullman e, dopo un’attesa di 2 ore nella sala vip, saliamo su un bellissimo autobus a due piani che, percorrendo la Panamericana, attraverso un paesaggio bello e desertico, in circa 4 ore di viaggio ci porta ad Ica. Alloggiamo all’hotel Las Dunas, molto bello all’esterno ma poco confortevole.
Ica, detta anche la Borgogna del Perù, è famosa per i suoi vini e per il Pisco, liquore tipico ad alta gradazione alcolica. E’ situata al centro di una vera e propria oasi, in una delle zone desertiche tra le più aride del mondo, circondata da vigneti i cui ceppi vennero importati dalle Canarie durante l’epoca coloniale.
7 agosto 2000
Alle 9.30 siamo nel piccolo aeroporto della città, espletiamo delle formalità burocratiche e alle 12.00 saliamo su un Cessna 228 da 9 posti e dopo 15 minuti arriviamo sulla Pampa di San Josè, o Pampa colorada, deserto sassoso con le famose figure di Nazca. È stata una bellissima esperienza, dall’alto le figure si vedono benissimo. La civiltà Nazca fece la sua apparizione nell’epoca preincaica (I sec. d.C.-VI sec. d.C) nella Provincia di Nazca (regione di Ica). La cosa maggiormente impressionante di questa civiltà è la sua ceramica policroma, con figure di uomini, animali, piante ecc. In molte di queste vengono rappresentati uomini mutilati, cosa che fa supporre che realizzassero sacrifici umani. A circa 30 km dalla città di Nazca si trova il cimitero di Chauchilla, una necropoli all’aria aperta nella quale, nonostante i saccheggi si possono ancora vedere mummie in perfetto stato di conservazione, resti tessili e di pregevole ceramica. Una menzione speciale meritano le linee (geoglifi) di Nazca.
Ceramiche della civiltà NAZCA
Un geoglifo è un disegno sul terreno (generalmente più ampio di quattro metri) che viene ottenuto sia tramite la disposizione di rocce, frammenti di rocce, ghiaia o terreno (geoglifo positivo), sia tramite la rimozione di essi (geoglifo negativo). Alcuni dei più famosi geoglifi negativi sono le Linee di Nazca, nel deserto di Nazca, un altopiano arido che si estende per una cinquantina di chilometri tra le città di Nazca e di Palpa, nel Perù meridionale. Le oltre 13000 linee vanno a formare una trentina di figure di animali comuni nell’area (balena, pappagallo, lucertola, condor, colibrì, ragno), di vege-tali, di esseri umani (famosissimo è l’astronauta cosi chiamato per la forma della testa che ricorda il casco di un’astronauta), oltre a 800 tra labirinti e altre figure geometriche; la profondità dei solchi non supera mai i trenta centimetri. Tecnicamente le linee sono perfette, i disegni ben proporzionati, nonostante le loro dimensioni; sono la testimonianza di una grande conoscenza della geometria da parte degli antichi abitanti di questa zona. Sono molte le ipotesi su come i Nazca abbiano disegnato le linee, quella più accreditata induce a pensare che gli antichi peruviani abbiano dapprima realizzato disegni in scala ridotta che sarebbero stati successivamente ingranditi sul terreno con l’aiuto di un reticolato di corde (in maniera simile a come furono scolpiti i volti dei presidenti americani sul monte Rushmore). Inoltre non è esatto che le linee non si possano osservare da terra; ci sono molte colline e montagne nell’area di Nazca che avrebbero permesso agli artisti di osservare lo svolgimento del proprio lavoro. Le linee si sono conservate perfettamente fino ai nostri giorni perché la zona è una delle più secche del mondo: l’effetto di tracce visibili è dato dal fatto che il basalto sottostante è molto più chiaro dello stato superficiale. La conservazione nei secoli è stata garantita dall’aridità del luogo, dove piove mediamente 30 minuti ogni due anni.
Nel pomeriggio incontriamo la nostra nuova guida, Maria Jesus, che ci accompagna a visitare il Museo Archeologico di Ica, molto interessante per la presenza di mummie perfettamente conservate.
Successivamente con il pulmino arriviamo a Huacachina, l’unica oasi del centro e sud America, con una romantica laguna circondata da dune sabbiose alte più di 100 metri.
La vicina località di Las Dunas è famosa perché si pratica il surf sulla sabbia; ha raggiunto fama internazionale perché si organizzano gare agonistiche importanti.
Prima di rientrare in albergo, ci siamo fermati in un’azienda vinicola dove si produce il famoso aperitivo Pisco Sour, il cocktail nazionale peruviano.
La sera andiamo al ristorante El Otro Peñoncito, dove abbiamo mangiato il cevice, pesce locale, e i mariscos (frutti di mare). Poi finalmente a nanna.
8 agosto 2000
Sveglia alle 5.30, partenza per le isole Ballestas con un “motoscafone”, come dice Pina.
Pina, bardata come un vecchio lupo di mare, indossa il giubbotto salvagente e, sprezzante delle pericolose onde oceaniche, affronta la traversata con impavido coraggio su di una motolancia. Dopo pochi minuti di navigazione nell’oceano arriviamo in prossimità del “candelabro” e in una mezzora arriviamo alle Islas Ballestas.
Le “Galapagos del Perù”, come un po’ pomposamente vengono chiamate queste isole al centro della baia di Paracas a circa 10 miglia dalla costa, si raggiungono con un’ora di barca da Pisco. E’ un’escursione che è consigliabile effettuare la mattina presto, prima che l’aliseo Paracas cominci a soffiare rendendo difficoltosa e pericolosa la navigazione. Le isole sembrano gigantesche piattaforme rocciose piantate nelle acque, dove le alte onde hanno scavato grotte ed archi naturali divenute dimora di leoni marini, foche, pinguini di Humboldt e di un’infinità di uccelli marini e pellicani che vi nidificano. Le pareti di roccia sono infatti letteralmente ricoperte dal loro guano: sono anche chiamate isole dei guaneros, nome che indica sia gli uccelli che depositano migliaia di tonnellate del prezioso fertilizzante sia i lavoratori addetti alla raccolta. Per il guano, già usato dagli incas per fertilizzare i loro campi, quando lo strato depositato sulle isole doveva essere alto almeno 30 metri, in Perù e in Cile furono combattute vere e proprie guerre economiche, commerciali, e anche militari, perché per molti anni è stato una vera e propria ricchezza nazionale, contesa dalle grandi potenze sino alla produzione e diffusione dei concimi chimici. Oggi la raccolta del guano avviene una volta ogni 2 o 3 anni; lo strato è modesto, l’interesse è minore, tuttavia sulle isole è permesso attraccare e sbarcare solo ai guaneros.
Se tutta la penisola di Paracas con le sue adiacenze, isole comprese, è oggi un’oasi naturalistica protetta, nelle isole Ballestas si raggiunge una concentrazione faunistica che rasenta l’eccesso. Costeggiando in barca le coste si incontrano gli animali concentrati in spazi limitati, quasi gli uni sopra gli altri, o addensati in mare, indifferenti al passaggio dei natanti e occupati a riprodursi, a fare il nido, ad allevare i piccoli, a gio-care, a emettere suoni di ogni tipo.
Sugli scoscesi pendii a nord della penisola si staglia un gigantesco disegno, simile a quelli di Nazca: il candelabro. La figura, alta 200 metri e larga 60, è incisa nel terreno ha la forma del portacandele, ma in realtà pare ispirata alla sagoma del cactus, pianta sacra della cultura Chavin, o alla costellazione della Croce del Sud. L’enorme figura è visibile nella sua interezza solo dal mare o dalle isole; indubbiamente ha anche assolto la funzione di “faro” per i naviganti, a causa della sua visibilità dovuta al risalto delle linee bianche sul terreno scuro. Nei mesi da giugno ad agosto, al mattino la penisola è avvolta dalla nebbia per il contrasto tra l’umidità del mare e la siccità della terraferma dove, in questa stagione, non piove mai.
Alle 13.00 rientriamo a Ica dove saliamo su un modernissimo pullman che in circa quattro ore ci riporta a Lima dopo aver attraversato un tratto della strada panamericana.
9 agosto 2000
Mattinata a disposizione; ci concediamo un ultimo giro in città fino all’ora di pranzo. Nel pomeriggio andiamo all’aeroporto dove ci imbarchiamo per tornare in Italia.
10 agosto 2000
Arriviamo a Roma all’alba, poi una corsa a casa in taxi perché Pina alle 8.30 va a lavorare: la farmacia riapre stamattina dopo le ferie… chissà come avrà servito il primo cliente.
Qui termina il diario del nostro viaggio. Ricordiamo a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di leggerci che le notizie sul Perù le abbiamo estrapolate da Wikipedia, dalle nostre guide turistiche e da altri testi. Ci piace chiudere questi appunti di viaggio nell’affascinante impero Inca con quanto scritto nel 1558 da Pedro Cieza de Leon, cronista spagnolo del XVI sec, che si occupò della storia del Perù al seguito dei conquistadores spagnoli:
“ E’ arrivato il momento di utilizzare la mia penna
per far sapere delle grandi cose da raccontare
circa il Perù”
Molto più modestamente vogliamo ringraziare questo paese che ci ha offerto posti di ineguagliabile bellezza e la sua gente incredibilmente cordiale e ospitale.
Pina & Italo
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