Dalle Cascate Vittoria al Delta dell'Okavango
Il Mal d’Africa ha colpito ancora: il Trio già sperimentato nel 2008 in Madagascar ci riprova con un viaggio alla scoperta della parte meridionale del continente nero.
24 luglio 2010
Ci accompagnano all’aeroporto Anna e Bernardo, mentre Elio arriva con il treno da Velletri. Partiamo alle 14.00 alla volta di Francoforte con un volo Lufthansa dove arriviamo alle 16.00. I bagagli arriveranno direttamente a Johannesburg, domani mattina. Abbiamo avuto i posti preassegnati da Kuoni perché Elio è reduce da un incidente che poteva avere conseguenze molto serie: ha pensato bene di fare esercizio fisico preparando la legna per l’inverno con una macchina infernale che afferra il ciocco e lo spacca. Solo che la suddetta macchina ha afferrato, oltre che il ciocco, la sua mano sinistra dandogli una bella “spiaccicata”. Il provetto boscaiolo ha subito un intervento chirurgico ed ha due dita fasciate grosse come salsicce. Prima di decollare per il Sudafrica abbiamo il tempo di consumare un ottimo wurstel con crauti al Bar Goethe dell’aeroporto. Durante la cena in volo abbiamo bevuto del buon vino sudafricano (14,5°) e brindato con l’Amarula. L’aereo è al completo e i sedili, in realtà alquanto stretti, non ci hanno permesso di riposare.
25 luglio 2010
Dopo 11 ore di volo atterriamo all’aeroporto di Johannesburg. Abbiamo qualche problema con i bagagli perché, contrariamente a quanto stabilito nel check-in a Fiumicino, non ce li fanno ritirare ma nel nuovo check-in per Livingstone ci dicono che li troveremo al nostro arrivo in Zambia. Speriamo bene!!
Attendiamo quasi 4 ore per il nuovo decollo e ci concediamo un “tremendo” caffè pagando “solo” 8 Euro (2.60 cad.). Pina e Elio visitano i bei negozi dell’aeroporto, mentre io prendo appunti con il dittafono e sonnecchio.
Finalmente alle 11.00 decolliamo con un 737 della British che dopo quasi due ore atterra a Livingstone. Durante il volo, a causa di una turbolenza, l’apparecchio ha compiuto una picchiata durata, per fortuna, solo pochi secondi; dentro l’aereo ci sono stati attimi di concitazione, ma poi tutto è passato.
Livingstone è una città dello Zambia di circa 97.000 ab, situata a 10 km dalle Cascate Vittoria sul fiume Zambesi, porta il nome dell’esploratore scozzese David Livingstone, il primo europeo ad esplorare la zona. Nel 1911 divenne la capitale della colonia inglese della Rhodesia Settentrionale, fino a quando la sede del governo si spostò a Lusaka, nel 1935. La città ha un piccolo museo dell’era coloniale che contiene una straordinaria collezione di oggetti legati a David Livingstone. A causa della recente crisi economica e politica del confinante Zimbabwe, la città è rapidamente emersa come capoluogo turistico delle Victoria Falls divenendo la base di partenza preferita dai turisti in visita.
Arriviamo in dogana, otteniamo il visto per l’immigrazione pagando 50 US$ a testa e finalmente riprendiamo i bagagli. Una delle borse è stata aperta forzando i lucchetti e vi hanno rovistato dentro. All’apparenza non manca nulla, in seguito ci accorgeremo che hanno portato via il coltellino svizzero. Poteva andare peggio: nella borsa c’era la preziosa moka per il caffè!!!
Intorno alle 16.00 con un pulmino arriviamo al DAVID LIVINGSTONE SAFARI LODGE, una bella e confortevole dimora stile coloniale affacciata sul fiume Zambesi; le nostre ampie camere sono comunicanti. Una bella fortuna per Italo: per portare il caffè a Elio non dovrà uscire dalla stanza! Dalle nostre camere si vede in lontananza il fumo dell’acqua vaporizzata provocato dalle cascate Vittoria.
Il fiume Zambesi, con i suoi 2574 km di lunghezza, è il quarto fiume più lungo dell’Africa e il più grande tra i fiumi che sfociano nell’Oceano Indiano. Il fiume nasce in una zona paludosa dello Zambia nord-occidentale ad un’altezza di 1500 mt nelle vicinanze del bacino del fiume Congo, comunque i due fiumi non sono comunicanti fra loro. Il primo tratto (Zambesi superiore) arriva fino alle Cascate Vittoria; da qui diventa Zambesi medio e scorre impetuosamente tra pareti perpendicolari di basalto che formano una gola di larghezza variabile tra i 20 e i 60 metri. Dopo il fiume entra nel lago Kariba, formatosi nel 1959 quando venne completata la diga omonima. È ’ uno dei laghi artificiali più grandi del mondo, e l’energia idroelettrica prodotta grazie alla diga soddisfa il fabbisogno energetico di gran parte dello Zambia e dello Zimbabwe. Il fiume sfocia nel lago Canora Bassa in Mozambico e da qui inizia lo Zambesi inferiore; questo tratto è lungo circa 650 km e arriva alla foce nell’Oceano Indiano. Lo Zambesi ospita un ampia varietà di specie animali: ippopotami, coccodrilli e varani sono presenti in molti tratti del fiume; gli uccelli sono abbondanti, specialmente aironi, pellicani e aquile pescatrici africane. La fitta vegetazione lungo le coste favorisce la presenza di erbivori quali bufali, zebre, giraffe e elefanti. Nello Zambesi sono anche presenti diverse centinaia di specie di pesci (ciclidi, pesce gatto, pesce tigre). È inoltre presente lo squalo leuca, o squalo dello Zambesi, unico caso di pesce di mare che vive anche in acqua dolce.
La popolazione del bacino dello Zambesi si aggira attorno ai 32 milioni di persone, l’80% delle quali dipende dall’agricoltura delle terre circostanti, rese molto fertili dal fiume. Le comunità vicine al fiume praticano una pesca intensiva; in alcune zone è anche diffusa la pesca sportiva e turistica.
Lo Zambesi è spesso interrotto da rapide, per cui non è mai stato una via di trasporto importante per le lunghe distanze. Tuttavia, per brevi tratti, è molti più conveniente navigare lungo il fiume che sulle strade dell’entroterra, che spesso si trovano in condizioni non praticabili a causa di inondazioni che avvengono regolarmente.
Una veloce doccia e un buon caffè ci fanno stare subito meglio, girovaghiamo per il lodge, prenotiamo alla reception le uscite per l’indomani (Victoria Falls US$ 135, Zambesi Cruise US$ 165) e al tramonto ci “piazziamo” sulle poltrone affacciate sullo Zambesi per ammirare il Sunset. Dal cielo nuvoloso filtrano dei raggi di un incredibile color rosso fiammante che si tuffano nelle immobili acque del fiume. Intorno alle 19.00 ceniamo nella terrazza del ristorante di fronte al fiume: mangiamo dell’ottimo pesce accompagnato dalla Mosi, la birra locale.
Il cameriere ci ha guardato con sospetto quando gli abbiamo sottoposto delle richieste “bizzarre”: prima Italo ha voluto una bottiglia vuota di birra Mosi da riportare in Italia per la collezione. Poi, alla fine del pasto, Elio ha chiesto di poter vedere un pesce uguale a quello che avevamo appena mangiato. Lo stupore del ragazzo è aumentato quando Elio ha iniziato ad annusare il pesce che gli era stato portato.
Avrà pensato: questi italiani, basta una birra e perdono la testa!
Terminiamo brindando con l’Amarula alla nostra prima cena in Africa (per quest’anno). Da domani inizieremo a fare sul serio!
Dopo solo 40 ore che siamo svegli alle 20.30 tutti a nanna.
26 luglio 2010
Sveglia alle 8.00, che dormita!! Pina mi ricorda che oggi sono 11 (undici) anni che stiamo insieme. Annuisco senza commentare: se dovessi parlare, lo so solo io che direi…
Facciamo (leggi Italo) un’abbondante colazione e assaggiamo il succo di Guava, un frutto locale dall’ottimo sapore. Alle 11.00 incontriamo Purity, la guida che ci accompagnerà alle Cascate Vittoria.
Le Cascate Vittoria (Victoria Falls) sono tra le più spettacolari del mondo; si trovano circa a metà del corso del fiume Zambesi che in questo punto demarca il confine geografico e politico tra lo Zambia e lo Zimbabwe. A monte delle cascate il fiume Zambesi è costellato di numerose isolette coperte di vegetazione; quella che si trova subito prima del salto, e che forma due delle quattro cateratte della cascata, oggi si chiama Isola di Livingstone. Il fronte è molto lungo, più di un chilometro e mezzo, mentre l’altezza media è di 120 mt, il doppio di quelle del Niagara. L’enorme massa d’acqua, cadendo nel dirupo, genera una nebbia di goccioline in sospensione che sale ad oltre 1600 mt d’altezza ed è visibile da una distanza di 40 km. Nella stagione delle piogge (da marzo a maggio) il fiume scarica una portata d’acqua pari a 9100 m³/sec. Nella stagione secca (da settembre a dicembre) le cascate si possono ridurre a solo due cateratte, con la quasi assenza di spruzzi e una portata ridotta a 350 m³/sec.
La spettacolarità delle cascate è dovuta anche alla gola profonda e stretta dove si incanalano le acque del fiume dopo il grandioso salto. La gola è attraversata da un ponte, uno dei soli cinque ponti sullo Zambesi, che fu completato nel 1905 e che oggi rappresenta il confine tra Zambia e Zimbabwe.
Il primo europeo a visitare le cascate fu David Livingstone nel 1855, durante un viaggio che in quattro anni lo portò lungo il corso dello Zambesi superiore fino alla foce del fiume. Nel suo diario annotò che “Su visioni meravigliose come queste gli angeli in volo devono aver posato il loro sguardo”. L’esploratore diede loro il nome dell’allora Regina d’Inghilterra, la Regina Vittoria; allora come oggi in lingua locale le cascate sono chiamate MOSI-OA-TUNYA, che significa IL FUMO CHE TUONA.
Le Victoria Falls fanno parte di due parchi nazionali, il MOSI-OA-TUNYA NATIONAL PARK in Zambia e il VICTORIA FALLS NATIONAL PARK in Zimbabwe; entrambi i parchi sono di piccole dimensioni, con un’area di 66 e 23 km² rispettivamente. Le cascate Vittoria sono visitate annualmente da oltre un milione e mezzo di turisti e sono Patrimonio dell’Umanità protetto dall’UNESCO.
Lasciamo la jeep al parcheggio e ci incamminiamo lungo il corso del fiume in prossimità del grande salto. Noi avevamo già visto le cascate dalla parte dello Zimbabwe, ma dal lato Zambia lo scenario che si presenta ai nostri occhi è incredibile, l’assordante rumore e gli spruzzi d’acqua (sembrano secchiate) ci accompagnano per tutto il percorso che si snoda su passerelle e stretti passaggi. Indossiamo le cerate, ma alla fine siamo bagnati dalla testa ai piedi, compresi macchine fotografiche e ditoni di Elio.
All’ora di pranzo rientriamo al lodge con l’idea di fare uno spuntino veloce. Non avendo però ben compreso quanto scritto sul menù, abbiamo ordinato un pesce arrosto come quello della sera precedente (però con un altro nome). Alla faccia del pasto frugale!!! In ogni caso buonissimo.
Alle 16.00 ci imbarchiamo sulla motonave LADY LIVINGSTONE, attraccata al molo del nostro lodge, che ci ha portato lungo un tratto del fiume. Abbiamo avvistato ippopotami, coccodrilli, elefanti, impala e molti uccelli. Sotto un cielo nuvoloso l’arrivo del tramonto ci ha magicamente rapito facendo piombare nel silenzio anche il gruppo di “japanise” che erano con noi sulla nave.
Tornati sulla terraferma, attendiamo l’ora di cena seduti sulle poltrone osservando le acque del grande fiume che sembrano ferme. L’oscurità è attenuata dalle flebili luci del lodge e in lontananza ci arriva solo il rumore della cascata. Certo, ci manca un pochino il traffico di Roma… ma cercheremo di sopportare!!!
27 luglio 2010
Sveglia alle 7.00, caffè e colazione. Alle 9.30 un pulmino ci vene a prendere e, dopo essere passato per altri due lodge a prendere dei turisti, ci porta al confine con il Botswana, nel posto chiamato Kazungula(!). Dopo aver espletato le pratiche dell’immigrazione, siamo sottoposti ad un processo di “sterilizzazione”: passiamo con le scarpe sopra uno straccio imbevuto di un disinfettante, anche il pulmino attraversa una vasca riempita sempre con lo stesso liquido chimico. Anche nel 2004, venendo dallo Zimbabwe e diretti in Botswana, sempre nel medesimo posto di confine avevamo effettuato lo stesso trattamento. Dalle condizioni in cui si trova, sembra che lo straccio sia lo stesso di allora. Avvicinandoci al posto di confine, superiamo una lunghissima colonna di camion in fila per passare la dogana. La guida ci ha detto che gli autisti attendono anche una settimana, in condizioni igieniche e logistiche terribili, prima di poter attraversare la frontiera. Appena dopo gli uffici di confine, per la gioia di Pina lasciamo il pulmino e saliamo, dopo aver stipato i bagagli alla bene e meglio, su una motolancia che in pochi minuti ci porta dall’altra sponda dello Zambesi nel territorio del Botswana. Qui ci attende una jeep che ci porta all’Elephant Safari lodge, un bel campo con delle tende molto confortevoli affacciate su una grande pozza.
Insieme con noi nel veicolo c’è una simpatica coppia di ragazzi romani, Alfonso e Elisabetta, con i quali trascorreremo due giorni in piacevole compagnia.
Dopo pranzo abbiamo solo il tempo di preparare lo zaino e alle 15.00 partiamo in jeep scoperta per il primo fotosafari all’interno del Parco Chobe.
Incontriamo un numero elevatissimo di elefanti, oltre che giraffe, bufali, ippo, impala, manguste e vari uccelli. Sopra il ramo di un albero individuiamo un leopardo che sdraiato si riposa.
Durante il safari (anche nei giorni successivi) a volte ci siamo trovati circondati da animali enormi quali elefanti e bufali. Seguendo le istruzioni delle guide che si raccomandano non alzarsi dalla jeep, di non parlare e di non fare rumore né bruschi movimenti, non ci siamo mai trovati in situazione di pericolo.
Ci colpisce il paesaggio spettrale dopo il passaggio degli elefanti; i pachidermi, qui chiamati elefanti distruttori, sradicano e abbattono alberi anche di alto fusto. Sembra come se il territorio avesse subito un bombardamento. Crediamo che alla fine questo diventerà un problema: nella savana gli alberi diventeranno sempre di meno e se non s’interverrà alla fine scompariranno.
Rientriamo al lodge verso le 19.30; indossiamo giacche a vento, maglioni e cappelli perché la sera la temperatura si abbassa notevolmente e il 4x4 scoperto certamente non ripara dal freddo.
La cena è molto buona: siamo sopra una terrazza affacciata su una pozza d’acqua e mentre mangiamo gli elefanti, ad una decina di metri da noi, stanno placidamente abbeverandosi. BELLISSIMO! Dopo cena scambiamo quattro chiacchiere con i due romani e poi a letto. La tenda che ci ospita è grande e confortevole, rialzata da terra per impedire che arrivino gli animali notturni; mentre registriamo alcuni appunti avvertiamo i “passi felpati” di un branco di elefanti che abbandonano la pozza per tornare nel bush. Le pesanti coperte ci avvolgono facendoci scivolare in un meritato e profondo sonno.
Chobe National Park: si trova nel nordest del paese, nei pressi della città di Kasane. All’inizio del XX secolo il territorio del parco era quasi tutto di proprietà della Corona Britannica; negli anni trenta il governatore della regione Charles Rey decise, per proteggere la fauna ed incentivare il turismo, di trasformare l’intera zona in riserva naturale. Nel 1943 il progetto fu accantonato in seguito ad una devastante invasione di mosche tse-tse. Ripreso nel 1953, la Chobe Game Riserve fu istituita nel 1960 e trasformata ufficialmente in parco nazionale (il primo del Botswana) nel 1967.È uno dei più grandi parchi africani e copre una superficie di 12.000 km²; sterminate pianure e savane, boschi di acacie e mopani, che insieme alla palude del Savuti, alle lagune umide dei Linyant Marshes e alle Mababe Depression creano un habitat naturale per un’immensa popolazione di elefanti che raggiunge circa 100.000 esemplari. Nonostante la grande concentrazione di pachidermi provochi danni all’habitat del parco, l’amministrazione del Chobe ha finora rifiutato di adottare misure di riduzione artificiale della popolazione impiegate in altri parchi. Il modo migliore per visitare il parco è a bordo di imbarcazioni lungo le sponde del fiume Chobe, dove si raduna una grande abbondanza di animali tra i quali elefanti (in gruppi di centinaia di esemplari), leoni, ghepardi, ippopotami, coccodrilli, bufali, giraffe, antilopi, zebre e ogni sorta di uccelli. La Mabebe Depression (ciò che resta del grande lago che una volta copriva il nord del Botswana) ospita l’altra grande attrattiva del parco: le paludi di Savuti Marshes, una zona pianeggiante aspra e piatta, caratterizzata da una gran presenza di elefanti, leoni, licaoni, iene, impala, bufali, zebre e antilopi. Ad ovest del Chobe, al confine tra il Botswana e la Namibia, si trovano le paludi del Linyanti; l’area si estende per 900 kmq e ha una vegetazione simile a quella del Delta dell’Okawango, offrendo un paesaggio spettacolare.
28 luglio 2010
Sveglia alle 7.00, colazione e partenza alle 8.00 con la jeep. Combattiamo il freddo pungente con i vestiti pesanti e arriviamo al porticciolo dove, sempre per la gioia incontenibile di Pina, saliamo su un’imbarcazione d’alluminio a fondo piatto adatta per l’esplorazione sul fiume Chobe. Passiamo davanti al Chobe Marina Lodge, dove alloggiammo nel 2004: che emozione rivedere un posto così bello dopo sei anni!!
Con la motolancia costeggiamo le sponde del fiume e così riusciamo a vedere molto bene dei coccodrilli pigramente sdraiati dopo un lauto pasto, a giudicare dalle dimensioni delle pance. Si accorgono della nostra presenza e, pur rimanendo immobili, ci seguono con gli occhi lasciando bene in vista la spaventosa dentatura di cui sono provvisti. Assistiamo ad una lotta fra due ippo per la conquista di una femmina che resta a guardare: iniziata sulla riva, la disputa prosegue in acqua con alti spruzzi a pochi metri dalla nostra imbarcazione. La guida osserva con attenzione la scena e prudentemente decide di allontanarsi; la forza di un ippo “innamorato” può rovesciare la nostra motolancia. Italo commenta: “Vale proprio la pena battersi per una femmina di ippo, siccome è così carina….”.
Elefanti e bufali camminano lentamente con le zampe immerse nell’acqua e si fanno avvicinare tranquillamente. Rientriamo al lodge per il pranzo; la temperatura non si è alzata e fa ancora freddo. Mangiamo e alle 15.00, dopo un ottimo (a detta di Elio) caffè Lavazza, ripartiamo per un altro safari nel Chobe. Il tragitto si svolge quasi interamente su piste sabbiose, sopra la jeep si “balla” molto: è l’african massage!!
Incrociamo, tra l’altro, un piccolo leopardo che, accortosi della nostra presenza, si rifugia sopra un albero. In una radura incontriamo un branco di impala (detto anche Mc Donald’s Lion, immaginate perchè) che improvvisamente entrano in agitazione, si fermano e osservano tutte nella stessa direzione: tre leonesse si stanno avvicinando con circospezione pronte a sferrare l’assalto. Forse anche per la nostra presenza l’attacco fallisce, le impala fuggono e alle leonesse non resta altro che avvicinarsi all’acqua per abbeverarsi e mettersi in posa per farsi fotografare da noi. Rientriamo al lodge alle 19.30 commentando la bella giornata che abbiamo trascorso. Una doccia calda porta via polvere e stanchezza e alle 20.00 siamo pronti per la cena: dobbiamo fare presto. Gli elefanti ci aspettano davanti al ristorante!
Alle 22.00 a dormire…domani c’e un fuori programma.
29 luglio 2010
Sveglia alle 5.15, alle 5.30 colazione e alle 6.00 partenza per il Morning Safari (ecco il fuori programma). Visitare il bush all’alba ci permette di vivere il “risveglio” della savana. Il chiarore del “sunrise” lentamente lascia il posto all’intensa e calda luce del sole; inizialmente si incontrano solo bellissimi uccelli colorati che con il loro canto “invitano” gli altri abitanti del bush a destarsi: con il passare dei minuti incontriamo gruppi di elefanti che raggiungono il fiume, bufali e giraffe che mangiano tra i cespugli. Dietro ad uno di questi troviamo un gruppo di iene (aina in english) che, insieme ad uno sciacallo dalla gualdrappa e a un’aquila, stanno divorando la carcassa di una zebra che ieri ha vissuto la sua ultima notte.
Rientriamo alle 10.30 al lodge non prima di aver incontrato degli uccelli serpentari e un altro leopardo; prendiamo i bagagli e con la jeep arriviamo all’aeroporto di Kasane dove saliamo su in Cessna da 10 posti che, dopo due stop con relativi decolli e atterraggi, ci porterà nella riserva Moremi. Proprio a causa dei vari decolli e atterraggi Italo ha passato un brutto momento. Era diventato pallido e c’è mancato veramente poco…
Finalmente tocchiamo terra, ci aspetta una jeep con la nuova guida Capitan Gorge (ogni volta che lo chiamiamo così Lui risponde: Giorgio Armani) e il tracker Sherlock Holmes. La strada che ci conduce al lodge è quasi completamente allagata; il 4x4 fatica per attraversare la palude e un ponte di legno in realtà poco stabile.
Il Kwara Camp è molto carino, sono poche tende sopraelevate arredate con gusto e affacciate su una palude. Fortunatamente in Botswana è inverno perciò non ci sono zanzare. Dopo un veloce brunch, saliamo in jeep e iniziamo il safari. L’ambiente è molto diverso dal Chobe, zone paludose si alternano ad altre desertificate; a volte troviamo dei terreni dove sono scoppiati incendi ed è tutto incenerito. Abbiamo un piacevole incontro con tre ghepardi che si godono gli ultimi raggi del tiepido sole sdraiati tra la vegetazione.
Rientriamo presto al lodge, abbiamo il tempo per una doccia e poi tutti gli ospiti (una decina in tutto) si ritrovano davanti ad un falò per un aperitivo (amarula) al tramonto. Poi cena (sempre molto gustosa) e dopo a nanna. Quando cala l’oscurità per arrivare in tenda dobbiamo essere accompagnati dal ranger con la torcia. Questo perché durante il giorno gli animali restano nella savana e non arrivano al lodge; con il calar delle tenebre si avvicinano alle tende per mangiare la vegetazione circostante. Ci hanno assicurato di stare tranquilli….non entrano mai dentro le tende. Infatti all’interno siamo sicuri, mentre è assolutamente vietato uscire per qualsiasi motivo, in caso di emergenza bisogna usare la tromba da stadio che è vicino al letto. Ci corichiamo con finta tranquillità e in breve tempo ci addormentiamo. Durante la notte siamo stati svegliati varie volte dal rumore dell’ippo che, immerso nella laguna a pochi metri da noi, mangiava ed emetteva strani rumori simili ad un cupo brontolio. In un altro momento della notte è passato davanti la nostra tenda un elefante interessato alle foglie dell’albero proprio sopra di noi. Forse siamo stati attraversati da qualche brivido freddo, però è stata un’esperienza affascinante. La mattina dopo abbiamo avuto conferma tangibile del passaggio dell’elefante: grandi palle di cacca stavano proprio dietro alla nostra tenda.
La MOREMI GAME RESERVE, chiamata anche MOREMI WILDLIFE RESERVE, è l’unica parte del Delta dell’Okavango destinata ufficialmente alla tutela della fauna. Fu istituita come riserva nel 1963, quando fu chiaro che la caccia indiscriminata stava decimando la fauna della zona. Battezzata in onore del capo batawana Moremi III, nel corso degli anni la riserva è stata ampliata e oggi occupa una superficie di circa 5000km², un terzo dell’intera estensione del Delta. La riserva è un’immensa oasi in cui la varietà di animali raggiunge la più elevata densità dell’intero paese. Gli habitat naturali sono molto vari e vanno dai boschi di mopane e acacie alla savana arida, dalle foreste alle praterie e alle pianure alluvionali, dalle paludi ai corsi d’acqua permanenti, alle lagune e alle isole. Anche se l’avvistamento degli animali è una pratica che talvolta richiede molta pazienza, la Moremi è un vero paradiso per gli amanti degli animali, soprattutto durante la stagione secca, quando la loro concentrazione è davvero sorprendente. La Moremi è considerata una delle destinazioni più esclusive del Botswana. Sulla nostra guida è scritto testualmente: “occorre mettere in conto di spendere una grossa cifra per il privilegio di pernottare in uno dei lodge di lusso della riserva”. E noi ci siamo stati!!! (n.d.a.)
Il fiume OKAVANGO (lungo circa 1.800 km) nasce in Angola centrale dove è chiamato Cubango, scorrendo verso sud-est attraverso la Caprivi Strip costituisce, per un tratto, il confine tra Angola e Namibia. Prima di entrare in Botswana il fiume scende bruscamente di circa quattro metri creando una serie di rapide chiamate Popa Falls. Entrato in Botswana l’Okavango scorre all’interno della Moremi Wildlife Riserve; nei pressi del villaggio di Shakawe le acque del fiume cominciano a ramificarsi e ad evaporare, assorbita dall’aria secca e dalle sabbie roventi del deserto del Kalahari. L’Okavango, il fiume che non arriva al mare, porta ogni anno circa 11 chilometri cubi d’acqua e si dissolve in un labirinto di lagune, canali e isole che occupano una superficie di 16.000 km² nota come Delta dell’Okavango.
Dopo quello del Niger, il Delta dell’Okavango è il secondo più grande delta interno del mondo; l’acqua che entra nel Delta è insolitamente pura, a causa della quasi totale assenza di attività agricole o industriali lungo il corso del fiume. Nel Delta l’acqua rimane quasi immobile, dato il dislivello minimo (meno di 60 metri ogni 450 km). Sulle isole del Delta abbondano palme, acacie, mopani, alberi delle salsicce, ficus, marule e salici. Nei canali si trovano bambù e papiro, nelle acque aperte ninfee e loto. L’acqua e la vegetazione attirano grandi quantità di uccelli; fra gli altri l’aquila pescatrice, il rigogolo euroasiatico, l’egretta ardesiaca, diverse specie di anatre, storni, martin pescatore, aironi, pappagalli, upupe, cicogne e buceri. Nell’acqua nuotano i coccodrilli del Nilo, diverse specie di pesci e pesci tigre. Tra i mammiferi si trovano numerose specie di antilopi e gazzelle (sitatunga, lichi, antilope dei canneti, topi, cudù maggiore, impala). Sono presenti anche i grandi mammiferi: elefanti, bufali, rinoceronte (bianco e nero), ippopotami. Inoltre zebre, gnu, giraffe e facoceri. I predatori sono altrettanto numerosi: leoni, ghepardi, leopardi, iene, sciacalli, licaoni. I primati sono rappresentati, tra gli altri, dai babbuini.
30 luglio 2010
Sveglia alle 5.00, colazione alle 6.30 intorno al fuoco con porridge e muffin. Oggi safari alla ricerca del leone: l’avvistamento più difficile e più ambito.
Partenza alle 7.00, rientro alle 11.30 dopo una caccia rivelatasi infruttuosa; abbiamo seguito invano le tracce lasciate durante la notte dal RE della foresta. A metà mattina un piacevole intervallo: trovato un posto sicuro senza animali, le guide hanno tirato fuori della jeep tutto l’occorrente per una gradita colazione. Tornati al lodge troviamo il brunch già pronto, dopodiché il meritato riposo in tenda. Alle 15.00 TEATIME con torta e pasticcini, successivamente partenza per un nuovo safari. Incontriamo la genetta e il lichi rosso (antilope di palude), oltre ai soliti bufali, elefanti, giraffe, ecc. Alle 19.45 aperitivo sempre intorno al fuoco, poi la cena e presto a letto perché caschiamo dal sonno.
31 luglio 2010
Sveglia alle 6.00, solita colazione davanti al fuoco. Elio gradisce molto il porridge, credo che diventerà la sua colazione abituale!! Partenza in jeep sempre alla ricerca del leone. Dopo aver girato per un po’ riceviamo via radio la segnalazione di una leonessa da un’altra parte della riserva. In una mezzora raggiungiamo la zona indicata e troviamo una leonessa con due cuccioli. Molto bello! Successivamente abbiamo fatto colazione presso una radura con degli alberi spettacolari che si specchiavano nell’acqua. Rientro alle 11.45, ricco buffet a cui non ha partecipato Italo in previsione del volo pomeridiano sul CESSNA, e alle 13.00 arriviamo sulla pista di atterraggio (non un aeroporto ma proprio una pista di terra battuta). Mentre ci scambiamo i saluti di rito con i ranger che sono stati con noi in questi due giorni, Pina avvista un leopardo che sta tranquillamente camminando sul bordo della pista. Immediatamente le guide ci invitano a salire sulla 4x4: lasciamo i bagagli a terra (compresi documenti e soldi) e ci lanciamo all’inseguimento del leopardo. Capitan George avverte via radio le altre guide e in pochi attimi quattro jeep che erano dirette al campo di atterraggio si trovano tutte intorno al leopardo, per nulla spaventato da tanto pubblico. Dopo una serie di scatti fotografici, siamo costretti a lasciare il felino, torniamo sulla pista dove troviamo i piloti dei piccoli CESSNA perplessi perché nessun turista si era presentato all’appuntamento. Il nostro volo è durato 25 minuti ed è stato perfetto, in aereo ci siamo solo noi tre oltre al pilota con i pantaloncini corti e la faccia da ragazzino; all’arrivo parcheggia l’aereo, mette il parasole di protezione, chiude a chiave lo sportello e viene con la nostra jeep al Pon Pon camp. Alle 15.00 un altro brunch (è il secondo della giornata), alle 15.30 TEATIME e poi partenza per il safari. Qui c’e’ stato un errore da parte dell’organizzazione del campo. Ci hanno fatto salire su un autocarro scomodissimo, assolutamente non adatto per il safari, dove era impossibile fare foto e addirittura reggersi. Dovendo rientrare al camp dopo un’ora per riportare due turisti, abbiamo fatto le nostre rimostranze; la mattina seguente ci daranno una vera jeep. Con l’autocarro raggiungiamo una zona segnalataci via radio dove abbiamo trovato un leone che stava divorando la carcassa di un enorme ippo morto per le ferite riportate in un combattimento con un altro ippo, sempre per questione di femmine…poi dici che uno si rovina per una donna!!!
La scena è stata bellissima: il leone, evidentemente sazio visto il gonfiore addominale, girato sulla schiena si crogiolava al sole con le zampe in aria, come un tenero micione (di 300 kg. però). Dopo questo spettacolo cosa c’è di meglio di un brindisi al tramonto?
Trovata una zona sicura ci siamo regalati una bevuta mentre il sole scompariva regalando una fascia rossa all’orizzonte. A proposito: quando si brinda si dice PULA, (la moneta del Botswana) che significa CHE PIOVA (inteso come manna, prosperità, fertilità, fortuna e salute). Sulla via del ritorno, immersi nell’oscurità più totale, il nostro tracker con una potente lampada illumina la boscaglia alla ricerca di qualche animale. A poche centinaia di metri dal nostro lodge passiamo sopra un ponte di legno e il fascio di luce illumina un gruppo di ippo immersi nell’acqua. L’assoluta limpidezza ci permette di seguirne uno che infastidito dalla luce inizia a camminare, con incredibile agilità, sul fondo del canale fino arrivare alla laguna dove sono posizionate le nostre tende.
Attraversando il ponte successivo il fascio di luce illumina un enorme coccodrillo immerso tra le canne. In pochi attimi abbiamo avuto la fortuna di vedere due bellissimi e rari spettacoli.
Come già altre volte durante il viaggio, Pina ‘indossa’ la divisa di crocerossina e, alla luce della torcia, provvede a cambiare la medicazione ai ‘ditoni’ di Elio.
Tutte le persone che incontriamo immancabilmente chiedono al boscaiolo come abbia fatto a procurarsi quelle ferite. Il Nostro, serissimo, risponde che è stata la lotta con un leone; interviene anche Italo che allo stupito interlocutore dice “ma non hai visto come è ridotto il leone…morto stecchito!!!”
Dopo cena, per raggiungere le nostre tende, ci hanno accompagnato con la jeep perché è molto pericoloso andare a piedi. Ora stiamo a letto, sentiamo i rumori emessi dagli ippo che stanno mangiando davanti alla nostra tenda; chiudiamo gli appunti rimandando a domani…. se non ci si mangiano i coccodrilli. BRRR!!!
1 agosto 2010
Non ci si è mangiato nessuno!!!
Stamani sveglia alle 7.00 (che pacchia), colazione alle 7.30 e alle 8.00 partenza per l’escursione in mokoro. Alla vista del mokoro l’entusiasmo di Pina è stato incontenibile.
Uno dei modi migliori per esplorare il Delta è scivolare sulle sue acque a bordo di un mokoro, una bassa canoa tradizionale ricavata da un tronco d’albero; oggi, per economicità e per preservare la natura, sono costruite in fibra di vetro. Queste imbarcazioni possono sembrare precarie ma in realtà sono incredibilmente stabili e sono ideali per navigare nelle acque poco profonde del Delta. Hanno posto per due passeggeri e un piccolo bagaglio e sono spinte da un barcaiolo che sta a poppa a manovra un ‘ngashi’, una lunga pertica ricavata da un albero. Dal mokoro si possono avvistare ippopotami e coccodrilli, ma le principali attrattive di un’escursione con quest’imbarcazione sono la pace e la serenità che si provano scivolando sulle placide acque basse. È anche molto interessante cercare di identificare e catalogare le varie specie di flora e fauna che si incontrano lungo il tragitto.
All’inizio il mokoro appare piuttosto instabile, ma dopo aver preso confidenza con il dondolio della barca, tutto si è svolto nel migliore dei modi. Abbiamo attraversato la laguna di fronte al nostro Camp costeggiando begli alberi di mopane, alberi di salsicce abitati da scimmie dal muso nero; intanto che la barca scivola in mezzo ad una fitta vegetazione di canne, molto apprezzata dagli ippo, sopra le nostre teste uccelli variopinti volteggiano alla ricerca di insetti di cui cibarsi. Superiamo delle bellissime ninfee ed arriviamo ad un’isoletta dove consumiamo la seconda colazione. Rientrati al lodge mangiamo nuovamente: un ricco buffet è pronto. Sorridiamo pensando a quanti, prima della partenza, ci dicevano “Ma che vi mangerete mai in Africa??”
“TUTTO, ABBIAMO MANGIATO DI TUTTO!!!”.
Dopo un rapido riposino, alle 15.00 TEATIME (ottima la torta) e poi partenza per il fotosafari. Siamo riusciti a vedere una femmina di leopardo con due cuccioli sdraiati vicino alla tana. Di fianco giacevano resti della carcassa di un impala, il pasto della famigliola di felini. Al tramonto ennesimo PULA per salutare il tramonto e poi rientro al campo. Dopo un’ottima cena approfittiamo dell’open bar per farci un bel bicchiere di Amarula. Elio ne ha bevuti due perché con il primo, a suo dire, si è ‘dissetato’, il secondo se lo è gustato ‘con parsimonia’ …DICE LUI !!!
2 agosto 2010
Sveglia alle 6.00, partenza alle 7.00 per un ultimo veloce MORNING SAFARI, rientro al campo per il brunch (Italo continua a non mangiare in previsione del volo con il CESSNA), poi di corsa in tenda per caricare i bagagli ma… non possiamo entrare perché due elefanti stanno facendo uno ‘spuntino’ con le foglie dell’albero proprio sopra la nostra tenda. Dopo poco, l’inserviente che ci accompagna riesce ad allontanare i due pachidermi e finalmente riusciamo a recuperare le valige.
Ci siamo accorti che le due schede di memoria da 2 Giga della macchina fotografica sono piene; non avendo la possibilità di comprarne un’altra, chiediamo la cortesia ad un texano munito di un’apparecchiatura fotografica ‘mostruosa’, se può venderci una delle sue. Detto fatto entriamo in possesso di una scheda da 4 Giga. Pina si può scatenare!!!
Sulla pista di atterraggio ci attende una ‘zanzara’: un piccolo CESSNA da quattro posti (pilota compreso): sembra un’utilitaria. Comunque il volo è stato perfetto; Italo non ha neanche vomitato!!
Atterriamo all’aeroporto di Maun e troviamo una gentilissima ragazza, Anita, che ci accompagnerà al campo. Sono sei giorni che non possiamo a comunicare con l’Italia, i nostri cellulari non hanno campo, e Anita ci offre il suo iphone e così riusciamo a parlare con casa. Lasciamo Maun e dopo un’ora e mezza di strada con pochissimo traffico veicolare ma con un intensissimo traffico di mucche [caws] e asini [donkeys] (la zona è ricca di allevamenti), arriviamo a destinazione. Il Meno Kwera Camp è una ‘location’ bellissima: sei tende affacciate a strapiombo su una gola di bianche rocce calcaree dove scorre (o più precisamente giace perché sembra immobile) il fiume Boteti. Salutano il nostro arrivo due grandi elefanti immersi in acqua e un gruppo di zebre che si stanno abbeverando.
Sono circa le 16.00 ed è troppo tardi per il safari, decidiamo pertanto di riposarci un po’ nella tenda e di fare una doccia. Non c’è l’acqua corrente, è un problema? NO.
Basta dirlo agli inservienti che in pochi minuti arriva una ragazza con un grande secchio d’acqua calda in testa che lo versa in un contenitore di rame con sotto una cipolla da doccia e rubinetto. E voilà: la doccia calda è servita.
Attendiamo il tramonto sorseggiando Gin e Tonic; quando il sole è calato, all’orizzonte una striscia rossa di fuoco incendia la savana.
I gestori di questo campo ci sembrano un po’ ‘alternativi’, o almeno diversi dagli altri.
Nonostante il nostro scarso vocabolario inglese Anita ci spiega che, oltre a lavorare con il turismo, sono impegnati nel WATER FOR LIFE PROJECT, un progetto per scavare pozzi nella savana. Lo scopo è quello di permettere alle popolazioni dei villaggi di avere accesso all’acqua e allo stesso tempo di salvare le migliaia di zebre che attualmente ogni anno muoiono all’arrivo della stagione secca. Molte di questi animali, infatti, non riescono ad affrontare le fatiche della migrazione alla ricerca di acqua e cibo. Una parte dell’incasso del campo serve per finanziare questo progetto. Inoltre, contrariamente agli altri, in questo campo sono in vendita articoli prodotti dagli abitanti di un vicino villaggio. Molto volentieri abbiamo acquistato qualche oggetto per contribuire a questa giusta causa.
Siamo in mezzo alla savana e la corrente elettrica è prodotta dall’impianto foto-voltaico. La tenue luce prodotta non è sufficiente per la cena, per vedere cosa c’è nel piatto utilizziamo le torce ricaricabili a manovella. Dopo aver mangiato, ci siamo accomodati sulle sedie affacciate sul fiume e abbiamo assistito ad uno spettacolo della natura indimenticabile. La SOUTHERN CROSS (Croce del Sud) si vede perfettamente in mezzo ad una moltitudine di stelle, che arrivano fino all’orizzonte. Quelle più luminose si riflettono nell’acqua del Boteti creando un effetto magico. Avvolti da un caldo maglione rimaniamo in silenzio ad osservare una simile meraviglia (sorseggiando Amarula), silenzio rotto dal gracidio delle rane del fiume.
Il Boteti River scorre all’interno del MAKGADIKGADI PANS NATIONAL PARK; prima degli anni ’90 scorreva tutto l’anno. In seguito le sue acque furono deviate e canalizzate per alimentare la diga di Mopipi, che rifornisce la miniera di diamanti di Orapa. La deviazione del fiume ha lasciato molti abitanti della zona senza un adeguato rifornimento d’acqua; inoltre non possono più praticare la pesca e le altre attività nel fiume. A causa di questi interventi il Boteti riesce a scorrere soltanto dopo piogge abbondanti attirando immensi branchi di elefanti, zebre, gnu, antilopi e giraffe; con loro arrivano anche leoni, iene e licaoni attirati da una tale abbondanza di cibo. Durante la stagione secca gli animali si radunano comunque lungo il suo corso, ridotto ad una serie di pozze poco profonde che tuttavia rappresentano l’unica riserva d’acqua permanente della zona.
3 agosto 2010
Sveglia alle 7.00 (Italo alle 5.00 è stato svegliato dal ruggito di un leone che i ragazzi dello staff hanno visto girare all’interno del campo), colazione alle 7.30 e partenza alle 8.00. Percorriamo con una jeep piuttosto vecchiotta e malandata un lungo tratto di strada sterrata fino ad arrivare all’ingresso del MAKGADIKGADI PANS NATIONAL PARK formato dalle grandi saline di Sowa, Nxai e Ntwetwe.
Si tratta del complesso di saline più vasto del mondo (12.000 km²); è un luogo straordinario in cui le distanze e il tempo sembrano dissolversi. Perdersi in queste distese infinite è una possibilità tutt’altro che remota, ma vale la pena di correre il rischio specialmente durante i mesi estivi (dicembre) quando le piogge allagano le saline richiamando una gran varietà di uccelli e animali selvatici. Nel caldo intenso di fine inverno (agosto) queste distese assumono un aspetto etereo che disorienta i viaggiatori. I miraggi tendono ad ingannare il senso dello spazio e della direzione; laghi immaginari sembrano apparire in lontananza e un attimo dopo scompaiono. Quando a fine primavera iniziano a cadere le piogge, le depressioni delle saline danno vita a laghi temporanei: tutt’intorno l’erba diventa verde e la zona si popola di animali. Anche gli uccelli acquatici pullulano intorno alle sponde dei laghi per nutrirsi di alghe e di minuscoli crostacei. Le antiche terrazze ancora visibili sulle rive di questi specchi d’acqua indicano che un tempo le saline facevano parte di un enorme lago di oltre 60.000 km² che riceveva le acque dei fiumi Okavango e Chobe. 10.000 anni fa i cambiamenti climatici provocarono l’evaporazione del lago, di cui sono rimasti come unica testimonianza i depositi di sale.
Lasciamo il veicolo sul greto del Boteti e saliamo su una canoa (la gioia di Pina è irrefrenabile) che ci porta dall’altra parte dove ci attende un’altra jeep per proseguire il safari all’interno del parco. Percorriamo un altro lungo tratto su una pista sabbiosa ‘impossibile’; facciamo fatica a reggerci ai sostegni della 4X4. Infine arriviamo alle saline (qui il paesaggio è davvero inquietante) e proseguiamo a piedi. Il terreno lucente sotto le nostre scarpe scricchiola: stiamo camminando sopra un mare di cristalli di sale. I Baines’ Baobabs sono davanti a noi.
Dalla jeep il nostro driver Max tira fuori degli originali bauli di legno e li dispone ai piedi di un baobab: al loro interno tutto l’occorrente per un pic-nic in stile coloniale: c’era anche la pastasciutta!
Si tratta di un gruppo di enormi baobab (secondo la nostra guida Max hanno circa 2.000 anni) immortalati anche dall’artista e avventuriero Thomas Baines nel 1862.
Baines (pittore, naturalista e cartografo autodidatta) aveva inizialmente preso parte alla spedizione di David Livingstone lungo lo Zambesi. Accusato ingiustamente di furto dal fratello di Livingstone era stato costretto a lasciare il gruppo. In seguito il fratello di Livingstone riconobbe il proprio errore, ma non l’ammise mai pubblicamente, e Baines continuò ad essere bollato come ladro in Inghilterra. Confrontando il paesaggio attuale con i dipinti di Baines si nota che, dopo quasi 150 anni, praticamente nulla è cambiato.
Prima di rientrare al campo percorriamo con la jeep un tratto del greto del Boteti mentre una miriade di zebre, kudù e gnu si abbeverano.
Arriviamo alle nostre tende poco prima del tramonto, giusto in tempo per godere per un’ultima volta (per questo viaggio beninteso) degli intensi e caldi colori del tramonto africano… avrete capito che ci piace?
4 agosto 2010
Ultimo giorno: inizia il viaggio di ritorno.
Sveglia alle 5.15, colazione alle 5.45 e alle 6.30 partenza per Maun. La jeep ha un finestrino rotto e entra un’aria gelida. Italo pensa: “Se avessi saputo che sarei andato in motocicletta, mi sarei messo almeno il casco!”.
Arriviamo alle 8.00 all’aeroporto di Maun, salutiamo affettuosamente Anita e Max e facciamo il check-in. Riusciamo a far spedire i bagagli direttamente a Fiumicino, alle 10.30 decolliamo con un nuovissimo bimotore a elica ATR 72 dell’AIR BOTSWANA che dopo due ore di volo atterra a Johannesburg. Non sono ancora le 13.00 e abbiamo già fatto il check-in per le due tratte successive. Peccato che il volo per Francoforte partirà alle 20.00!
Dopo aver mangiato un panino e telefonato in Italia, passiamo il tempo tra i vari negozi dell’aeroporto, le poltroncine e la toilette. Compriamo anche due bottiglie di Amarula e una bottiglia di vino rosso sudafricano (tanto la merce acquistata al Duty Free passa tranquillamente alla dogana), le infiliamo nel mio zaino, dove c’è già la macchina fotografica, che porteremo come bagaglio a mano.
Alle 19.30 saliamo su un Airbus 340/600 da 350 posti. L’aereo è pieno, però il posto accanto a noi tre è libero: abbiamo la possibilità di allungare un pochino le gambe. Così il viaggio di ritorno è stato sicuramente più comodo di quello dell’andata, anche se ci sono state delle turbolenze in quota e durante la notte abbiamo ‘ballato’ un po’.
5 agosto 2010
Arriviamo alle 6.30 in perfetto orario, il volo per Roma partirà dopo un’ora e mezza, dopo i controlli doganali abbiamo tutto il tempo di prenderci un caffè, invece….
Al controllo bagagli non ci fanno passare lo zaino con le bottiglie: il poliziotto tedesco ci dice che in Germania non si fidano dei controlli sudafricani. Abbiamo due alternative: buttare via i liquori (manco per sogno) oppure imbarcare lo zaino nella stiva. Optiamo chiaramente per la seconda soluzione: andiamo di corsa al banco Lufthansa per lasciare lo zaino; dopo dieci minuti di fila l’impiegata ci spiega che non è il banco giusto, bisogna andare dall’altra parte del salone. Trafelati arriviamo al banco passando davanti ad un gruppo di tedeschi disciplinatamente in fila che ci osservano severi, l’addetta ci intima di metterci in coda ma alla fine, spiegando che il volo sta per partire, riusciamo a convincerla ad accettare il nostro zaino.
Ci sottoponiamo nuovamente al controllo del metal detector e per la prima volta, dopo una decina di volte che siamo passati indenni ai controlli, i ditoni di Elio suonano. Riusciamo comunque a passare e arriviamo trafelati all’imbarco. Nonostante tutto gliel’abbiamo fatta!!! E pensare che dovevamo prenderci un caffè con calma.
Siamo seduti ai nostri posti con le cinture già allacciate quando Pina esclama: “La macchina fotografica!” Nella concitazione avevamo dimenticato di toglierla dallo zaino.
Abbiamo fatto il volo più angosciato di tutto il viaggio, ormai certi che sarebbe andata persa con la famosa scheda da 4 Giga carica di foto. E invece…lo zaino è stato il primo bagaglio ad uscire dal nastro trasportatore di Fiumicino. Miracolosamente le bottiglie non si sono rotte e la macchina fotografica è sana e salva. All’uscita dell’aeroporto ci attendono Anna e Bernardo: hanno portato un carinissimo cartello con i nostri nomi simile a quello delle agenzie di viaggio; sono stati immediatamente nominati accompagnatori ufficiali del gruppo. Dopo i rituali baci, abbracci e un buon caffè, carichiamo su un carrello le borse e gli zaini, ci incamminiamo verso il parcheggio e alla prima curva lo zaino con le bottiglie (ma senza la macchina fotografica) cade a terra: si rompe la bottiglia di vino! Era destino che non ce la dovevamo bere in Italia. Comunque a parte questo piccolo contrattempo il viaggio di ritorno è stato ok. Come da tradizione consolidata a pranzo da mamma e papà con BUCATINI ALL’AMATRICIANA & FETTINE PANATE!!!
La zoologa statunitense Diane Fossey, impegnata in Ruanda nella salvaguardia dei gorilla, brutalmente uccisa dai bracconieri nel 1985, ha scritto: “l’uomo che uccide un animale oggi, è l’uomo che domani ucciderà la gente che lo disturberà”
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Commenti
ho trovato molto interessante
ho trovato molto interessante il vs viaggio,potresti indicarmi il tour operators,vorrei farmi quotare un analogo viaggio per la prossima estate. Se qualcuno poi,sa indicarmi i nomi di tours operators affidabili lo ringrazio.
giorgio
il tour operator è KUONI
il tour operator è KUONI catalogo DISCOVERY.
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